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parole d’un folle,
sparse dal fioco vento
che culla le cicale notturne,
a dir che le foglie son vive,
son morte.
Anima fu,
la quercia, giù,
nel prato,
or molle legno e
frutta acerba;
con le sbarre di bronzo
venne celata
la sua natura vera,
ancor poco apprezzata.
Ma i fischi del toro
e i ritmi del bue
spazio non fanno
alle cose non lume.
“Ulisse” gridasti,
al cielo stellato,
“com’è che resisti
al piacere alato”,
legato, sedato
risposte costui,
da la stella di Orione
dispose colui,
che nel mare e nel tuono
vie non trovò,
se non canoscenza
in terra tuonò,
lasciatemi andare,
amico vi fui,
un sol desiderio
richiede per lui:
veder le sirene,
dal mare che suono
com arpa e violino,
in cerca del suolo,
“ma i marinai,
più sordi facesti,
così da poter,
andar via più lesti”
aggiunse dall’erba,
d’un colle girato,
sparando a gran voce,
il suo solo fato
così li bendai,
rendendoli ciechi,
e tenni per me
tutto ciò che ora vedi;
un bene non fu,
pazzo divenni.
Da questo Nessuno,
qualcuno si svegli:
sano non sei,
se alla volta tu piangi,
“il cielo è muto”,
mi derisero gli altri;
“ma solo con te,
sto ora ciarlando"
e guardati intorno,
alcun sta adocchiando?
Voltò la sua testa,
lo stolto pastore,
e vide persone
più nere che buone
“tu forse hai ragione”,
capì in quel momento,
“ma paura mai ebbi,
a subirne il tormento”
invece dovresti,
mio caro fratello:
il mondo è per vivi,
per sani al cervello.